Creatura di frontiera

Last Updated: 31 Marzo 2026By

 

“Lascia che ti chiarisca una cosa!” Mi dice Sara, rincasando dopo il lavoro, nemmeno mi saluta. “Eva non è stata creata da una costola di Adamo. Le Bibbie rappresentano quel passaggio in tedesco, ma la parola su cui si basa la traduzione è ambigua e sembra intendere più un “fianco”, che una “costola”. Quando Eva apparve nel giardino dell’Eden, lei e Adamo erano fianco a fianco. Tutto ciò non dovrebbe privare di fondamento alcuni pregiudizi molto diffusi?”

Sarà che la conosco da sempre e l’ho sempre vista in mezzo ai libri impegnata in sofisticati discorsi sulle parole, usi e pronunce, foni e fonemi, persino al bar, davanti a cioccolate calde e crostate fatte in casa, che proprio non riesco a figurarmela con lo zainetto sulle spalle a condurre fiduciosi turisti tra le convulse vie della città, men che meno che non si innervosisca quando presa poco sul serio. Perché Sara è una linguista, un’interprete, e poco le si addice il berrettino da guida turistica.

“Ma è importante che io lo faccia. Prendimi come una creatura di frontiera, un medium tra mondi diversi”.

Sara è una traduttrice. “E cos’è, innanzitutto, tradurre se non un’impervia scarpinata per compiere il prodigio di far comprendere a tutti la magia della nostra terra, delle nostre opere, delle nostre conversazioni…” Ed ha ragione, tradurre non si tratta solo di rendere comprensibile una trama, una scena, di sottotitolare un’idea altrimenti irripetibile o anche di contraffare un pensiero. Giusto pochi anni fa, sommersa dai soliti volumi che con sé portava anche a tavola incastrandoli tra i tortelli ripieni e traboccanti calici di vino, lasciava che la immaginassimo dietro una cattedra, non in tailleur accanto a presidenti e diplomatici, ma ad insegnare la sua ossessione ai ragazzi, la “ricerca della parola giusta” divenuta mestiere e destino, la scelta del verbo, della scrittura che garantisca il senso, che mantenga la metafora, che trasponga i sentimenti, sempre nella convinzione, tuttavia, che “ogni testo è in realtà intraducibile”, al massimo riformulabile, approssimativamente, in un codice diverso.

“Pensa a quanti equivoci, permanenti nel tempo, hanno causato gli errori di traduzione più secolari e millenari. Ormai li prendiamo per corretti o veritieri. Eppure, neanche scegliere il prudente profilo di una trasposizione scientifica, potrebbe rendere chiaro il significato letterale di una narrazione, di una battuta cinematografica, o le intenzioni stesse di un autore. A volte, nel mio mestiere, serve versatilità, creatività, emotività…”

E la poesia? Vien da pensare che sia intraducibile per definizione. O che “il traduttore debba essere un poeta a sua volta. La traduzione di una poesia diventa una nuova poesia che lascia indietro qualcosa, soltanto in parte riconquistato”. Forse non conosceremo mai davvero i versi di un autore di cui ignoriamo la lingua.

“A meno che non s’incontri un interprete creativo. Sappi che un bravo traduttore crea, da un testo originale, un altro originale. Ma può capitare che un grande traduttore possa proporre testi anche migliori…”

* Tutte le definizioni sono tratte dal testo Lost in Traslation di Ottavio Fatica

Gabriele Cardinale, marzo 2026 – @Mozzafiato

 

 

*Tutte le definizioni sono tratte dal testo Lost in Traslation di Ottavio Fatica

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