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Ho sfoderato il cappotto pesante, profumato di tintoria, per fare il giro del quartiere.

Ho sfoderato il cappotto pesante, profumato di tintoria, per fare il giro del quartiere. Quasi nessuno ha assistito alla sfilata e ho pensato che siamo tutti la Fondazione Prada: physically closed digitally active. Le parole scorrono così sui led, come un treno sui binari di fronte. Oggi ho costeggiato la ferrovia; mi ha ricordato che il mondo continua a girare anche fuori dalla finestra, dagli schermi. Mi chiedo se abbia questo ruolo per tutti i nonni che ci portavano i nipoti: ricordargli che ancora esistono i posti oltre l’orizzonte, dove per ora non possiamo andare.
Il cielo sopra Milano è un foglio sporco, ci scrivo mentalmente queste parole, mentre il marciapiede è un emisfero di cicche e foglie secche su cui rischio sempre di inciampare. Poi, a un certo punto, finisco i metri. Per non peccare di tracotanza non supero i confini, faccio ritorno, finché la mano per le cose da fare (ormai le mani hanno compiti ben precisi, una per le scarse interazioni col mondo esterno, l’altra per sistemarmi mascherina e capelli davanti agli occhi) mi avvisa che siamo tornate al portone. Anche oggi l’Odissea è tascabile. Con la mano per il mondo interno ripiego il foglio sporco che ho sulla testa. Mi servirà a notte fonda, a fantasticare sul giorno in cui potremo finalmente smentire Prada.

Francesca Pels, novembre 2020 – © Mozzafiato

Foto di Luca Iacono – Riproduzione riservata

 

Ufficio Stampa