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E dopo Carosello…

Sono passati sessant’anni. Il 3 febbraio 1957 la sigla di Carosello faceva irruzione – subito dopo il telegiornale – per la prima volta nelle (poche) case degli italiani dotate di televisore e non le avrebbe più abbandonate fino alla primavera del 1977, quando sul teatrino della pubblicità era calato il sipario. Un ventennio di spot (ma allora non si chiamavano così) sempre all’insegna del buonumore, con regole precise mirate a evitare la prevaricazione del messaggio promozionale e del cattivo gusto nei contenuti. Proprio il contrario di quanto accade ormai da parecchi anni con lo stillicidio quotidiano di consigli per gli acquisti, rovesciati a ondate da qualsiasi emittente sui malcapitati e indifesi teleutenti.

Accompagnata dalla colonna sonora di una famosa tarantella, questa serie di scenette della durata complessiva di una decina di minuti era diventata presto una delle scadenze fisse nella giornata degli italiani. Una sorta di spartiacque soprattutto (ma non solo) per i bambini, ai quali le mamme intimavano “E dopo Carosello a nanna!”. E intanto col pensiero già correvano all’indomani, quando avrebbero certamente scovato tra le pieghe del bilancio familiare gli spiccioli da spendere nei negozi sotto casa (ancora immuni dalla marea montante e devastante dei supermarket) per qualche prodotto magnificato nei siparietti serali.

Con rarissime eccezioni (man mano sempre meno numerose), i nomi più prestigiosi nel panorama dello spettacolo (cinema, teatro, musica leggera) non si sottraevano al rituale della recitazione di sketch spesso banali, ma  teneramente naïf, diventati subito i primi veri tormentoni che ancora risuonano nella memoria dell’immaginario collettivo per la fascia di telespettatori dai sessanta in avanti.

L’ineffabile sicumera di Ernesto Calindri e Franco Volpi, gentiluomini di fine Ottocento che bollavano con un perentorio “Düra minga!” qualsiasi novità apparsa all’orizzonte della società moderna. La luccicante pelata di Cesare Polacco nei panni dell’infallibile ispettore Rock, che ammetteva mestamente di aver fallito solo nella scelta della brillantina. Il sorriso radioso di Virna Lisi, che poteva dire ciò che voleva grazie all’uso di un certo dentifricio.

Anche l’animazione si era presto accaparrata uno scorcio importante della breve rassegna pubblicitaria serale, proponendo una galleria di personaggi che avevano presto guadagnato fama duratura. Il lamentoso pulcino Calimero, perennemente angariato a causa del suo piumaggio nerissimo. L’omino coi baffi della famosa caffettiera. La bella Carmencita, che veniva invitata dal caballero alla fuga romantica non senza aver prima chiuso il gas. E tanti altri ancora.

Quelle citate sono solo una minima parte delle innumerevoli figure rese popolari da questo programma, in grado di toccare picchi di audience incredibilmente alti, che oggi farebbero venire gli occhi lucidi a qualsiasi produttore di programmi per il piccolo schermo. Un confronto stridente con la realtà attuale degli spot televisivi, molto più aggressivi e spesso all’insegna dell’hardcore più triviale e del pessimo gusto, nei quali gli adesivi per protesi dentarie, i pannoloni per l’incontinenza e i rimedi contro la stitichezza (o peggio) la fanno da padroni soprattutto all’ora di pranzo e di cena.

Ovviamente indietro non si torna e lo dimostra il misero fallimento di un paio di tentativi di riesumazione del mitico Carosello. Ma lasciateci almeno provare, col pretesto di festeggiare la ricorrenza, un pizzico di nostalgia per uno dei simboli di un’epoca per molti versi felice e spensierata proprio come uno di quei siparietti così ingenui e soprattutto innocui. Quanto allo squallido e volgare presente dei palinsesti televisivi – a tutti i livelli e su qualsiasi frequenza – possiamo sempre sperare che… düra minga!

Gino Delvecchio, febbraio 2017 – © Mozzafiato

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