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Un menestrel balòs

BERNASCONI: UN LAGHÉE А MILÀN

Là, dove i comaschi guardano al Ceresio e i lecchesi guardano alle Orobie, dove la lingua cambia ogni venti miglia e la cultura ogni cinquanta, inizia l’avventura artistica di Davide Van de Sfroos, eteronimo che più laghée non si può di un cognome che più insubre non si può. E l’Insubria arriva fino a Milano; geograficamente, culturalmente, storicamente e lessicalmente. Come lui, come i suoi Cauboi in cerca di sogni; al Teatro Manzoni per la precisione, in un caldo lunedì d’inizio ottobre.
I temi dell’intervista sono quelli tradizionali, ma sempre così affascinanti per chi non li conosce; e anche per chi già li conosce bene. Come i temi delle sue canzoni; anzi, poesie paradialettali in musica, dovremmo dire.
Ci sono le vecchie storie di contrabbandieri di mercanzie varie, che de sfroos van di qua e di là dal confine elvetico; c’è la Curiera (Pullman è il nome dell’ottocentesco inventore dell’omonima comoda carrozza ferroviaria, e di una città americana; bus un comodo inglesismo, che poi è un latinismo) che va su strade in salita e in discesa con i suoi folcloristici passeggeri; ci sono la Bréva e il Tivàn (anche qui, guarda caso, un dittico), che soffiano in alternanza sul lago e sulle sue alture; c’è l’insidia dell’acqua (duulza, ovviamente), quella che scorre o sta e quella che diluvia o dilava; c’è la balera e la pulenta, la pica e la poma. E tantissimo altro. Chiunque abbia vissuto questo pezzo di pianura prealpina non può non ritrovare arie familiari.
Lo stile è rustico; forse meglio dire genuino. I temi sono semplici; forse meglio dire schietti. Ci sono il rock,il folk,il country; e anche le ballads.
Il dialetto non è immediatamente comprensibile a tutti? Beh, intanto ci si può/deve anche un po’ impegnare; comunque è un meritorio tributo alla tradizione e al territorio. Poi contano molto il ritmo e la melodia; del resto..siamo sicuri che tutti capiscano subito tutte le parole dei Beatles o dei Rolling Stones?

Fabio Pretina, ottobre 2017 – © Mozzafiato

 

Quando Davide Van de Sfroos sale sul palco si nota subito il suo stile genuino e senza troppi fronzoli. La sua cadenza di stampo provinciale nel parlare è evidente, ma la sua cultura spazia in molti campi e la sua schiettezza fa apprezzare ancora di più i discorsi fluenti interrotti solo da esibizioni musicali dal vivo.

Nell’ambito di Manzoni Cultura, al teatro Manzoni, Davide Van de Sfroos racconta dell’interconnessione tra la musica, i luoghi e le persone. Il suo country italiano cantato in dialetto laghee, ha girato l’italia e conquistato tutti, dai giovani ai più anziani, unendo chi, per pregiudizi o bandiere di partito, è diviso.
Nel suo background musicale c’è il punk, il reggae, la psichedelia e cantautori come  Giorgio Gaber e Sergio Endrigo. Un mix di generi atipico come atipica è la musica che lo ha portato al successo.
Un cantautore senza troppe pretese e con una gran quantità di cose da dire e storie da raccontare, senza mai cadere nel banale. Un menestrello degli anni duemila.
“la ragnatela di mè pensèe 
la ciàpa tütt quèll che rüva scià 
ma tanti voolt la g’ha troppi böcc 
e l’è tüta de rammendà….” 

Edoardo Colzani, ottobre 2017 – © Mozzafiato

 

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