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Un minuto di silenzio

RISPETTO PER IL DOLORE

Non propriamente un big match, ma comunque una sfida valida per staccare un biglietto per la partecipazione al Mondiale in Russia 2018.

In seguito agli (ennesimi) atti terroristici che ormai stanno tenendo sotto scacco l’Europa, e nello specifico l’ultimo che ha toccato Londra, la Fifa aveva disposto di rispettare un minuto di silenzio prima dello svolgimento di gare valide per le qualificazioni a Russia 2018.

Detto fatto. I giocatori australiani si dispongono nella loro mezzaluna a centrocampo, abbracciandosi. Nulla di trascendentale: è uso e costume per tutti coloro che vivono ad alti livelli (e non solo) il rettangolo di gioco. Quasi prassi.

I sauditi, al contrario, si dispongono in campo, continuando il riscaldamento come se quel minuto non fosse altro che una perdita di tempo, che avrebbe compromesso la loro tonicità muscolare.

Oggettivamente il mondo ha assistito a una delle scene più orrende e vergognose che si siano mai viste in un campo da gioco. Il calcio (e lo sport in generale) non rappresenta solo confronto, scontro e rivalità: il calcio, in un mondo ideale, dovrebbe essere anche veicolo di fratellanza e rispetto. Il ponte che unisca culture che (involontariamente?) stanno scavando solchi sempre più profondi fra loro.

Questa plateale mancanza di rispetto nei confronti di innocenti, periti per mano di squilibrati le cui menti sono imbevute di un Corano che non sono minimamente in grado di comprendere, è la fotografia più nitida di quel che sta avvenendo in questo tragico momento.

Le nostre culture sono a un bivio: continuare a cercare un dialogo e un rispetto reciproco oppure alzare trincee, barricarsi sulle proprie posizioni, sempre più intolleranti nei confronti del diverso, finendo per innescare l’ennesima guerra in nome della follia religiosa?

La reazione istintiva degli avversari australiani sarebbe forse dovuta essere la mancata disputa della partita, come a volere dire: “Se non c’è rispetto nella morte, non può esserci neppure nel rettangolo di gioco”.

E invece l’Australia ha dato una duplice lezione ai colleghi sauditi, innanzitutto rispettando il dolore per un atto sconsiderato, poi infliggendo loro una sconfitta sportiva (3-2) che mette in bilico la qualificazione nei prossimi Mondiali. Il giusto epilogo per la compagine circense chiamata Arabia Saudita, che ora meriterebbe una sanzione esemplare da parte della Fifa. Il massimo sarebbe l’esclusione aprioristica dalla prossima competizione mondiale, ma anche qualche punto di penalizzazione non sarebbe un segnale di poco conto da parte della Federazione, che non può ammettere una tale mancanza di rispetto dei valori fondamentali dello sport, valori che stiamo imparando (molto a rilento) come l’importanza del rispetto del diverso, sia esso nero, omosessuale, profugo o diversamente abile.

Il celebre antropologo Claude Lévi Strauss soleva dire: “La nostra società è l’unica in grado di trasformarsi e malgrado tutto non distruggersi, finché i cambiamenti che vogliamo introdurre verranno da dentro”.

Il nostro auspicio può essere solo che la società saudita, di cui quei calciatori (privi di empatia) sono rappresentanti, sappia trovare al suo interno la capacità di evolversi in una società civile, che sappia condividere il pathos anche con coloro che hanno un credo diverso dal loro.

Sonny Delvecchio, giugno 2017 – © Mozzafiato

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