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L’AMORE PER LA MAGLIA AI TEMPI DI RAIOLA

Ci sono luoghi comuni che hanno fatto la storia, come ad esempio il grande evergreen “non ci sono più le mezze stagioni”, frase che viene ripetuta spesso e volentieri da coloro che hanno voglia di fare i burloni.
Ma da ieri il primato di questo grande classico potrebbe essere messo in discussione dal “Non esistono più le bandiere nel mondo del calcio”, motto che ballonzola nelle penne dei giornalisti italiani, sempre pronti a incensare il primo passante per poi denigrarlo un paio di giorni dopo. Per noi, che viviamo questi anni veloci, senza ideologie, anni in cui una gioia è presto cancellata da una delusione, il viso del bimbo Donnarumma che si appropriava della porta del Milan da minorenne, aveva riacceso qualche speranza di redenzione anche nei disillusi.
Ma come diceva Diego Abatantuono nel celebre “Mediterraneo”, chi vive sperando, muore cagando, e la prova del 9 è giunta in maniera alquanto inaspettata, col mancato rinnovo contrattuale da parte del ragazzo prodigio di Castellammare di Stabia.
Ogni società auspica di aprire un ciclo pluriennale che sia rappresentato da un volto, che si carichi sulle spalle glorie e infamie, il baluardo che sostenga sempre con forza i colori che ha scelto di servire e difendere. Ma questa visione romantica (e forse un po’ troppo smielata) del pallone moderno stride con ciò che questi ragazzini troppo cresciuti desiderano realmente, ossia, per dirla romanescamente, “li sordi”.
Diventare bandiere non basta più: se i soldi non sono proporzionati all’importanza (e all’autostima…) del calciatore, si migra verso un miglior offerente, trovato appositamente da capitani di ventura (comunemente noti come procuratori), che si fanno in quattro per incrementare la loro parcella. I procuratori, nel nostro calcio moderno, sono i veri signorotti di questo sport: personaggi troppo abituati a comandare nel mondo del “giuoco del pallone” e a dettar legge ai club, che se possono aprono il portafoglio e pagano, altrimenti si rassegnano a lasciar partire l’esoso di turno, in barba a contratti pluriennali contratti e a cifre comunque stellari.
La storia di Gianluigi Donnarumma, forse poco nota alle masse, affonda le sue radici nel lontano 2012, quando a soli 14 anni, il piccolo Gigio aveva già firmato un accordo con l’Inter. Il club meneghino aspettava solo che il giocatore di mettesse a disposizione del mister, quando, come se non ci fosse nulla di scritto e i contratti fossero carta da culo, scelse improvvisamente l’altra sponda del Naviglio, dove ad attenderlo c’erano Galliani e la maglia che il portierino prodigio sognava sin da piccolo. A suo dire…
Ma realizzato il sogno di vestire la maglia della squadra del proprio cuore basta a trattenere un giocare in ascesa e a distrarlo dal richiamo del vil denaro?

La risposta la forniscono direttamente Donnarumma e il suo “puparo”, quel Mino Raiola capace di pompare fino all’inverosimile il valore di buoni giocatori del calibro di Balotelli, una risposta anche fin troppo scontata e già stampata su tutti i giornali:
“No… Non basta più…”.

Dimenticatevi gli eroi omerici della levatura calcistica (ma soprattutto morale) di Zanetti, Totti, Del Piero, o Maldini, uomini che hanno dedicato la loro esistenza professionale a quei colori che hanno indossato nel bene e nel male per tutta la loro carriera, imprimendo il loro volto sullo sfondo della Storia delle loro società. Si tratta di una specie in via d’estinzione, che andrebbe protetta dalle grinfie del business che ormai manovra il Pallone, ma questo sarà possibile solamente quando il mondo del calcio avrà espulso dai propri corridoi e dalle proprie stanze i Mino Raiola di turno, che infestano questo sport, già abbondantemente compromesso dagli interessi economici ormai da parecchi anni, che ne hanno lacerato il lato romantico e l’entusiasmo, riuscendo a tramutare la competizione più importante d’Europa in una sorta di torneo del Rotary Club, in cui le solite (ricche o ricchissime) facce si contendono il trofeo.
Forse è solo un’utopia pensare di poter invertire questa tendenza.

Bisognerebbe fare qualche passo indietro e tornare ai tempi in cui onorare la maglia e baciare il proprio stemma non rappresentavano solo dei semplici gesti per le telecamere, ma veri e propri atti d’amore per i colori tatuati nell’anima dei giocatori. Ora invece, e senza scandalizzarci più di tanto, sembra (?) che l’unica cosa tatuata all’interno dell’anima della stragrande maggioranza di essi sia solamente il simbolo dell’Euro (o del Yuan…).
Questa è la triste storia dell’amore per la maglia ai tempi di Mino Raiola…

Sonny Delvecchio, giugno 2017 – © Mozzafiato

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