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Giardini e cieli asiatici

Dopo aver trascorso una consistente parte della mia vita attraversando frontiere e tendendo ponti, talvolta su sponde estranee e mobili, appena alcuni mesi fa ho deciso di intraprendere un viaggio differente in una geografia lontana quanto al tempo stesso estranea.
Una serie di fortunate circostanze e di opportunità lavorative, alle quali non ho esitato ad allinearmi, mi hanno condotto a Shanghai, città protagonista del recente miracolo economico, luogo dal fascino fresco e giovane, proiettato nel futuro e agente del cambiamento che più di ogni altro offre una sintesi di alcuni dei sogni più ambiziosi propri in particolare dell’abitante di quell’Occidente ormai rassegnato ad una sorta di “perifericità”.
Mi sono ritrovato protagonista, per scelta volontaria sollecitata comunque da un sentimento di urgenza, di una migrazione che in primis è stata interiore, identitaria, di una sorta di nomadismo dell’anima. Curiosamente, la separazione dall’origine, la temporanea cesura con la madrepatria, lungi dal generare una sorta di ripiegamento sul passato, di incapsulamento nel sentimento della nostalgia, di afasia, ha prodotto, per converso, interessanti ibridazioni, contaminazioni inaspettate proprio a sostegno del fatto che per “guarire” è necessario trasformare il proprio pensiero ed è attraverso emozioni nuove che si va incontro a un destino diverso.

Posizionandomi quindi “attraverso” una lingua e una cultura diversa, spingendo la mia personale ed incerta frontiera al di là dell’approdo, da una posizione, quindi, di marginalità sto assistendo a transizioni, sommovimenti che stanno contribuendo al timido recupero di frammenti dell’anima, ricollocandomi al centro di me stesso e generando una nuova rimappatura interiore e spaziale che, sono certo, darà vita al vero viaggio: quello del ritorno.

Giardini e cieli asiatici.

Così la fotografia oggetto del mio scatto: emozioni rimosse che stanno risalendo alla luce della coscienza e con le quali l’individuo deve misurarsi necessariamente. Mi avvalgo, per manifestarle, di un linguaggio che mi è familiare e che esprime bene i miei stati d’animo.
Sebastião Salgado sostenne che la fotografia è scrittura con la luce e che un fotografo descrive il mondo con luci ed ombre. Il mondo descritto è sempre quello interiore di colui che cattura un momento irripetibile, che può essere anche momento esistenziale inteso come momento in cui si esiste.

Mario Matarazzo, maggio 2017 – © Mozzafiato

Foto di copertina di Mario Matarazzo – © Tutti i diritti riservati.

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