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E sempre Allegri bisogna stare…

Cala finalmente il sipario su un campionato dato per spacciato in diverse occasioni e puntualmente rianimato da una serie di imprevedibili incidenti di percorso della capolista. Sesto titolo consecutivo per la Vecchia Signora, il terzo sotto la conduzione dell’isterico Allegri che ha fatto scopa col trittico del tarantolato Conte. Un record storico difficilmente battibile, che tuttavia certifica il lento scivolamento della serie A verso i valori di alcuni campionati di seconda e terza fascia (Scozia, Bielorussia, Norvegia ecc.), nei quali l’egemonia del più forte diventa spesso dittatura monolitica e può durare qualche lustro.

Smaltito il cataclisma di Calciopoli, il calcio italiano è rimasto soggiogato per un quadriennio dalla tollerante monarchia parlamentare dell’Inter morattiana, prontissima ad abdicare lasciando spazio alla parentesi effimera e occasionale dell’ultimo scudetto del Milan berlusconiano. Ma dietro l’angolo era in agguato lo tsunami della normalizzazione juventina, che ha portato all’instaurazione di una dittatura di stampo nordcoreano. Col passare degli anni il vecchio regime rinnovato sta manifestando tutta la sua tracotanza nei rapporti con le istituzioni, i media, la classe arbitrale e gli avversari. Ma guai a chi si lamenta, suscitando la sacrosanta indignazione dei potenti, che (Jannacci dixit) “diventan tristi se noi piangiam”.

L’ultima campagna acquisti dei campioni d’Italia si è rivelata un messaggio eloquente e intimidatorio lanciato alla concorrenza, privata senza mezze misure di un paio di bandiere apparentemente intoccabili ed esclusa con metodi omertosi dalle trattative per alcune promesse militanti in squadre italiane. Prende sempre più corpo un perfetto revival degli anni Settanta, quando i Signori degli Ovini dettavano legge sul calciomercato nazionale sguazzando a proprio piacimento nell’ottusa autarchia imposta dagli organi federali.

Nessun dubbio che la Juventus sia la più forte e infatti la lettura dell’organico già a settembre non lasciava eccessive speranze alle altre pretendenti al titolo. Tuttavia, nonostante l’opulenza, cinque sconfitte esterne hanno complicato a tratti la cavalcata trionfale dei bianconeri. Ma questo mal di trasferta è stato puntualmente curato con dosi massicce di Juventus Stadium. Diciotto vittorie e un solo pareggio (arraffato con i cugini granata) hanno sancito l’inviolabilità del salotto di Madama, autentico Colosseo del terzo millennio, con il prato costellato di tracce sanguinolente lasciate dagli avversari ridotti alla ragione con le buone o (non di rado) con le cattive.

Innegabilmente i bianconeri hanno pescato un jolly di troppo in alcune occasioni e talvolta il mazzo sembrava truccato… Un ruolo fondamentale a tale proposito è quello recitato dai direttori di gara, nel cui Dna la sudditanza psicologica più o meno strisciante verso i padroni del campionato è tornata a imporsi come elemento primario, lasciando del tutto indifferenti gli osservatori “laici”. E in alcune controversie proprio questi ultimi si sono dimostrati i paladini più irriducibili pronti a difendere a spada tratta la legittimità e l’onorabilità dei successi juventini.

Messa in cascina anche la Coppa Italia, sottratta all’arrendevole Lazio, diventa spasmodica l’attesa della finale di Champions League che – Real Madrid permettendo – dovrebbe consentire ai torinesi di completare finalmente il tanto agognato Triplete (da sette anni motivo di acre invidia verso la decaduta Inter). In caso di mancato successo, ai pluricampioni d’Italia resterebbe comunque la soddisfazione di battere ogni record in materia di finali europee perdute, scatenando la goduria a livello planetario del Club degli Amici di Magath.

Ancora una volta a Roma e Napoli è toccato l’ambiguo ruolo di damigelle d’onore, stavolta a posizioni invertite, dopo aver cullato a lungo l’illusione di poter rovesciare il regime dittatoriale bianconero. Di nuovo gratificate dall’accesso (diretto e non) in Champions, alla fine entrambe hanno accumulato un distacco non abissale maturato nella fase centrale del campionato e mai ricucito del tutto, con beffardi rallentamenti e repentine accelerazioni da parte juventina. Ai Lupacchiotti rimane la soddisfazione di aver battuto seccamente la capolista, mentre i Ciucciarielli possono vantare l’attacco più prolifico e addirittura una sconfitta in meno dei campioni.

A distanza siderale dal triumvirato al vertice, storico quarto posto per l’Atalanta, che all’ultimo turno sorpassa la Lazio. Entrambe approdano a vele spiegate in Europa League, acciuffata per la coda anche dal Milan. Un risultato inatteso e un premio forse eccessivo alla luce di quanto espresso dai rossoneri in campo, dove gli episodi hanno spesso giocato capricciosamente a loro favore.

Il capitolo retrocessioni, ampiamente concluso a due terzi del cammino, si è riacceso nel finale con l’inatteso ritorno di fiamma da parte del Crotone. Con una strepitosa media scudetto (20 punti) nelle ultime nove  giornate, i calabresi hanno annullato il distacco dall’Empoli, apparentemente incolmabile, e proprio all’ultimo turno hanno sorpassato i toscani, autori comunque di un suicidio memorabile. Senza appello invece la condanna per Pescara e Palermo, in perenne difficoltà sin dalle prime battute. In definitiva, un campionato che troppo precocemente si è spezzato in tre tronconi, lasciando almeno una decina di squadre senza obiettivi già alla fine dell’inverno.

Infine si commenta da sola la stagione fallimentare della Beneamata, fotografata con precisione spietata dal settimo posto finale, beffardamente a una sola lunghezza dai cugini rossoneri. Frutto di una gestione sconsiderata e dilettantesca da parte di una dirigenza inetta, il percorso accidentato dei nerazzurri si è dipanato attraverso tre periodi ben distinti. Il primo è nato sotto il segno dell’assunzione frettolosa di un bravo allenatore del tutto ignaro della realtà di casa nostra, che si è arrabattato sfoderando un illusorio acuto (clamoroso affondamento della corazzata bianconera) e molti flop, compresa l’ignominiosa eliminazione dall’Europa League.

Cacciato l’incolpevole Frank de Boer, le sorti della baracca interista sono state affidate a un altro tecnico di tutto rispetto come Pioli, che ha inanellato una serie di successi inopinatamente lunga. A questa però ha fatto seguito una sequenza negativa altrettanto duratura, che si è protratta anche dopo l’inutile allontanamento dello stesso Pioli. In questa fase terminale (in ogni senso) sono emerse con crudele evidenza tutte le lacune tecniche e caratteriali di un gruppo di incapaci strapagati e svogliati, assemblato secondo i dettami della raccolta di figurine. Gli inutili successi negli ultimi due turni non spostano di un’unghia il bilancio totalmente negativo di questa stagione. E, nonostante i progetti faraonici (a parole) della nuova proprietà cinese, il futuro della Beneamata si prospetta per ora a tinte più nere che azzurre.

Ne riparliamo ad agosto…

Gino Delvecchio, maggio 2017 – © Mozzafiato

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