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TAP: una questione italiana

Cambia una lettera da un’altra grande opera che crea da tempo scontri e malumori, la TAV, ma la TAP non è una linea ferroviaria bensì un gasdotto che dovrebbe arrivare in Puglia, nei luoghi ameni del Salento.
Fulcro della polemica di questi giorni è l’espianto di circa 200 ulivi, che dovrebbero una volta terminati i lavori essere ripiantati,  ma che non sono gli unici, poiché il percorso sotto terra del gasdotto che si addentrerà nel tacco della nostra penisola, è di 8 km circa e coinvolgerà 1.900 ulivi. Gli studi di valutazione d’impatto ambientale sono stati fatti e superati, la zona è stata ritenuta la migliore per terminare un gasdotto che parte dall’Azerbaijan, passando  per Turchia, Grecia, Albania e Mar Adriatico, terminando il viaggio alle porte del comune di Melendugno (LE), dove sorgerà il terminale di ricezione, infrastruttura, quella sì, visibile.
Un’opera che non porterà nuovi posti di lavoro, i pochi operai coinvolti saranno tutti stranieri, ma che nasce anche con l’intento di renderci un po’ più indipendenti dalle importazioni di gas dalla capricciosa Russia. Dati dimostrano però che quest’opera porterà al di qua dell’Adriatico  10 miliardi di metri cubi di gas annui, che sarebbero pari al 7% del fabbisogno nazionale (difatti noi ne consumiamo circa 70 miliardi l’anno).
Due sono i dati di fatto di questa vicenda: da una parte l’ostinata reticenza ad opere pubbliche sul nostro territorio, che d’altronde ovunque si vada a metter mano si rischia di danneggiare l’immenso patrimonio naturale e culturale italiano. Dall’altra il voler continuare a puntare sui combustibili fossili, lasciando sempre ai margini lo studio, la ricerca e l’utilizzo delle energie rinnovabili.
La TAP così rischia di diventare un’altra annosa questione italiana.

Edoardo Colzani, marzo 2017 – © Mozzafiato

Ufficio Stampa