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Le ragioni del SI

Domenica finalmente si chiuderà una (troppo) lunga campagna elettorale per il Referendum che probabilmente, nonostante la pedanteria, lascerà una buona fetta di elettori ancora nell’incertezza.

renzi-treviso-1024x722Dall’una e dall’altra parte si sono commessi grossi errori: video al limite del demenziale, hashtag usati a sproposito, il Premier Matteo Renzi che ha stupidamente personalizzato il voto in principio, causando un eco di “mandiamolo a casa!” che ancora oggi rimbomba negli studi televisivi in cui si discute della riforma.

I sostenitori del No, d’altra parte, si sono riempiti la bocca di parole come “deriva autoritaria”, che non hanno senso in un discorso come questo, ed è bene ribadirlo sempre.

Perché è vero che, se la riforma dovesse essere avallata dal voto popolare, sommata alla nuova legge elettorale, renderà il governo più forte, perché con una base più ampia in Parlamento, ma solo questo: più forte, non si cadrà certo nella dittatura come è stato urlato e sbraitato ovunque da #ChiVotaNO.

E se ridurre il numero di parlamentari potrebbe essere un cavallo di battaglia populista e (per questo) efficace, l’eliminazione della cosiddetta “Navetta” tra le due camere potrà avere solo risvolti positivi sulla velocità dell’approvazione dei disegni di legge.

Si creerà un’istituzione rappresentante delle Regioni, composta da persone che avranno un contatto diretto col proprio territorio, e anche se la questione dell’immunità di queste ultime causerà qualche polemica, da una più netta separazione delle competenze tra Stato e Regioni non si potrà che beneficiare.

Infine, uno sguardo all’aspetto economico, quello più discusso oltre alla già citata “deriva autoritaria”: ridurre il numero di stipendi dei parlamentari e le spese di un ente come il CNEL, inutile, non ribalterà le condizioni finanziarie in cui versano gli italiani, ma è una mossa nella giusta direzione, che almeno migliorerà la situazione invece che peggiorarla.

Francesco Manzi, dicembre 2016 – © Mozzafiato

Grande premessa. Questo non è un articolo di propaganda politica come tanti articoli che vengono pubblicati su quotidiani nazionali e non. E’ semplicemente un esposizione di ciò che è e che potrebbe essere e quindi di cosa potrebbe migliorare.referendum-costituzionale-59687-660x368

Innanzitutto, cominciamo dal famigerato Cnel.  Fino a prima che si iniziasse a parlare di questa riforma credo che ben in pochi sapessero cosa fosse. Il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro spiegato e previsto dall’articolo 99 della Costituzione verrebbe abolito. E’ l’unico punto che mette d’accordo sia il fronte del Sì che quello del No. Perché?Perchè nel corso degli anni il Cnel non è mai riuscito ad esercitare i poteri per cui era predisposto e di 14 disegni di legge proposti mai nessuno è stato approvato. Un risparmio sicuro quindi, seppur molto meno di quello propagandato da Renzi&co. Difatti con la legge di stabilità del 2015 l’organo era già stato dimezzato con un costo complessivo che ammontava sugli 8,8 milioni di Euro annui. Contando che vari impiegati saranno ricollocati con altre funzioni alla corte dei Conti il risparmio sarà di qualche milione, ma si parla pur sempre di risparmio.

Un altro punto riguarda l’articolo 70 ed il superamento del Bicameralismo perfetto. L’articolo 70 prevede che; “la funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due camere”. Articolo breve poiché semplicemente a poteri uguali corrispondono funzioni uguali e così non sarà più con la riforma. Il nuovo articolo sarà molto più lungo perché dovrà spiegare chi farà cosa. Il Senato non verrà abolito, ma avrà meno poteri ed il numero dei senatori si ridurrà a 100. Si vuole così evitare il passaggio di proposte di legge  tra le due camere il cui obiettivo iniziale era quello di garantire la correttezza e l’imparzialità ma che col tempo è diventato un ping-pong di lungaggini burocratiche e talune volte uno snaturamento di leggi che poi non hanno avuto l’effetto voluto. Certo il testo del nuovo articolo non è stato scritto da persone quali Pietro Calamandrei, Ignazio Silone o Luigi Einaudi per cui poteva essere scritto meglio,  ma non sono più quelli i tempi e ce ne dobbiamo fare una ragione.

La riforma del Titolo V invece verte a modificare i rapporti fra Stato e regioni. Già modificato diverse volte, fra cui l’ultima nel 2001 con anche un referendum popolare,  Il Titolo V ha virato verso il federalismo delegando alle regioni la gestione di diverse attività pubbliche. Ciò però ha comportato un forte aumento dei costi, ad esempio il costo della sanità è schizzato alle stelle trascinando con sé anche l’aumento della pressione fiscale, ed inoltre i ricorsi fra stato e regione si sono moltiplicati creando un’inutile  mole di lavoro alla Corte Costituzionale. La riforma accentra nuovamente certi poteri cercando di diminuire gli sprechi regionali e soprattutto mette due punti interessanti:

gli stipendi dei consiglieri regionali saranno: “nel limite dell’importo di quelli attribuiti ai sindaci dei comuni di capoluogo di regione”

– L’abolizione dei contributi ai gruppi consiliari regionali che ammontano a circa 15 milioni annui.

Insomma non è una riforma tout-court e definitiva ma è un passo in avanti.

 

Edoardo Colzani, dicembre 2016 – © Mozzafiato

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