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UN DERBY DI PADRE IN FIGLIO

Andare allo stadio per me ha sempre rappresentato un’emozione impagabile, sin dalla prima volta in cui i miei piedi di bambino innocente si sono succeduti passo dopo passo sulle scale che conducevano nel ventre nel Meazza, la Scala del calcio, il tempio di eroi e dannati che ogni domenica (e non) portava e porta agli spettatori lacrime, gioia e incazzatura.

Il trinomio inscindibile che caratterizza nel profondo la fede neroazzurra.

Quest’oggi, bazzicando sui social, sono rimasto folgorato da una vignetta che raffigurava padre e figlio che andavano verso il Meazza. La vignetta era intitolata DI PADRE IN FIGLIO. E come altro poteva essere intitolata se non così?

di-padre-in-figlioSì, perché questa fede è come un testimone che viene passato, un preziosissimo cimelio di famiglia che dovrà essere tramandato di generazione in generazione. Come un aedo che trasmette al suo successore tutto quello che dovrà poi essere ancora tramandato. Per l’eternità…

Questa vignetta ha fatto riaffiorare vecchi ricordi, legati alla mia Inter, al Meazza e… al derby.

Questa partita non è una partita normale (forse questa è la frase più banale che io abbia mai anche solo pensato…). Si potrebbe definire il connubio perfetto di sensazione diametralmente opposte fra loro, scandite da sbalzi umorali dettati da ansia, paura, rabbia, odio e adrenalina.

Niente è come il derby. Anzi, tutto questo te lo dà SOLO il derby.

Ricordo quasi tutte le stracittadine viste là dentro, come se la memoria ci tenesse particolarmente rammentare ogni singolo particolare di quelle partite che hanno scandito la mia infanzia e la mia adolescenza.

Uno dei derby che ricordo più nitidamente è quello che si giocò nel dicembre 2005. In panca c’era il Mancio 1.0, quello che avrebbe riportato lo Scudetto a Milano dopo 18 lunghissimi anni. Sul prato del Meazza in tinte neroazzurre c’erano Julio Cesar, Samuel, Figo, Cambiasso, Veron, Stankovic e l’Imperatore Adriano, ancora al top della forma.

L’infanzia l’avevo mollata da un pezzo (almeno anagraficamente), visto che di anni ne avevo già diciannovenne, e mi trovavo ad andare a vedere l’ennesimo derby in compagnia di mio padre, come quasi tutti i derby precedenti. La sua compagnia è sempre stata impagabile durante le partite, in qualità di fonte inesauribile di aneddoti, sfornati a richiesta prima, durante e dopo la partita.

Ricordo la tensione sul suo viso e nei suoi occhi.

Ricordo il brivido al fischio d’inizio, mentre l’accendino infiammava la prima paglia del match, a cui ne sarebbero seguite molte altre.

Rammento il freddo pungente, dopo aver rischiato di prendere gol dai cacciaviti, ma presto smorzato da vampate di caldo improvvise, dovute a un gol sbagliato.

Dinnanzi a questo squilibrio climatico, capace di far impazzire il mercurio di qualunque termometro intendo a rilevare la temperatura del Meazza, ricordo il primo gol siglato da Adriano su calcio di rigore, a cui Shevchenko pose presto rimendio qualche minuto più tardi, pareggiando i conti.

Caldo e freddo. Gioia e rabbia. Gol fatto, gol subito.

Un classico.

Fine primo tempo.

Ci si guarda sconsolati, proferendo giusto le parole indispensabili per dare un po’ di respiro ai pensieri messi a friggere nell’olio bollente di un cervello intento a fantasticare su cambio di giocatori o di modulo, nella speranza di ritornare allo stato naturale delle cose, ossia al vantaggio per noi.

Inizia il secondo tempo. E Oba Oba Martins, il funambolico attaccante nigeriano dalle mille capriole ci riporta in vantaggio, sfruttando una respinta non eccelsa del portinaio Dida.

Si stava arrivando alla fine, quando Stam pensò bene di riequilibrare ancora una volta quel match, facendomi accendere l’ennesima sigaretta fra improperi irripetibili e il morso a un panino ormai freddo.

Ma quel che ricordo meglio, la sensazione più vivida che riaffiora sulla mia pelle quando ci ripenso, fu l’ultimo calcio d’angolo della partita… Il pallone che sorvola le teste di bauscia e cacciaviti con una parabola discendente… il testone di Adriano che svetta in area e la palla che gonfia la rete.

Nota bene: La faccia di Shevchenko.

Il Meazza che esplode in un boato che ancora riecheggia tra gli spalti.

3-2.

Mio padre e io, impazziti dalla gioia, ci abbracciammo in maniera confusa e convulsa, urlandoci in faccia per la felicità incontenibile e finendo tre o quattro file avanti rispetto al nostro posto in tribuna.

Ogni volta che guardo mio padre, ricordo quell’istante in cui la felicità di un gol all’ultimo minuto, diede sfogo a tutti quei giorni d’attesa snervante e tensione irriducibile che in 90 minuti si portò via forse qualche anno della nostra vita.

E ogni volta che ci ripenso, non posso fare altro che pensare a quanto sia bello e a quanto sia meraviglioso condividere una gioia così immensa è così inspiegabile con la persona a cui devo praticamente tutto.

Soprattutto la fede nerazzurra, che nel bene e nel male, è e sarà sempre l’amore della mia vita.

Buon derby a tutti… tranne ai milanisti.

Sonny Delvecchio, novembre 2016 – © Mozzafiato

 

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