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IL CICLOSMARTISTA

Sono essenzialmente due le variabili che incidono sui problemi esistenziali di un automobilista: la giornata e l’umore.

Se una di queste si tinge di marrone, ecco che i problemi si moltiplicano esponenzialmente.

L’automobilista, non quello occasionale, che sembra porti a spasso la sua autovettura come se fosse un cane in un parco, l’Automobilista, con la A maiuscola, quello vero, quello verace, quello schizofrenico che impreca fino allo sfinimento se qualche furbastro lo supera da destra quando è in coda; quello che, se provocato da qualche fighetto alle prime accelerate, cerca la colluttazione con gli occhi spiritati di Jack Nicholson in Shining… ecco, questo automobilista si è visto catapultato improvvisamente nel millennio della Tecnologia. Ma ciò che non si aspettava era che il connubio tecnologia/motori potesse dare alla luce una nuove specie, una degenerazione dell’Homo Sapiens che neppure Darwin nei suoi peggiori incubi avrebbe mai potuto immaginare: i ciclosmartisti.

Se l’Accademia della Crusca potesse dire la sua in merito li definirebbe così: “coloro che fanno uso di smartphone mentre sono alla guida di un veicolo a due ruote, sia esso motorizzato oppure no”.

Capita ogni giorno di incrociarli. Li si riconosce, oltre che dal mezzo di trasporto, dalla bocca spalancata come a cercare di dare aria all’ultimo neurone, superstite del passaggio involutivo, mentre zigzagano allegramente per le strade della city.

L’altro giorno (potrebbe anche essere un mese fa, ma diciamo l’altro giorno) sono incappato nell’ennesimo zombie su due ruote, che scriveva qualcosa sul suo smartphone senza minimamente considerare la strada e coloro che la percorrevano assieme a lui.

Lì, nell’intimità della mia autovettura, mentre rabbia e follia si strizzavano l’occhio, accarezzando l’insano desiderio di sterzare di proposito e spedirlo gambe all’aria, la Ragione ha ripreso il timone della mia coscienza, optando per la via della diplomazia.

Al semaforo ci fermiamo entrambi.

Io abbasso il finestrino e richiamo la sua attenzione con la stessa veemenza di un’anziana donna di alto lignaggio:

Ehi, motociclista!! Mi scusi! Sì dico a lei”.

Quest’uomo corpulento sulla cinquantina distoglie distrattamente lo sguardo dallo schermo e, dopo aver realizzato di essere ancora in sella al suo scooterone, mi risponde:

Sì… Dimmi”.

Vorrei dar sfogo alle mie più bieche fantasie in fatto di imprecazioni, ma la Ragione stringe ancora una volta le mie redini e mi riporta all’ordine, convincendomi che la Logica sortirà effetti ben più benefici. Ma la fretta e la paura che il semaforo presto avrebbe mostrato la sua luce verde, mi obbligano a rivedere la mia filippica secondo i dettami della celerità, del pragmatismo e dell’ermetismo.

Perciò guardo intensamente questo ciclosmartista e, con voce profonda e decisa, gli dico:

Guardi che è molto pericoloso usare il telefono mentre si è in giro in moto. Potrebbe provocare un incidente”.

In quel preciso istante realizzo di aver esposto il mio disappunto come neppure la signorina Rottermeier di Heidi sarebbe stata in grado di fare.

Il ciclosmartista mi guarda un po’ sbigottito e un po’ divertito e, con poetico candore, replica:

Guida e fatti i cazzi tuoi, amico”.

Luce verde.

Il mio nuovo amico riparte, lasciandomi lì di stucco.

Dopo qualche istante riparto pure io e, incazzato con il mio interlocutore e con me stesso, ma continuando a seguirlo, tenendolo sempre d’occhio.

E poi il deus ex machina.

Il ciclosmartista sbanda leggermente verso una BMW, che in quel momento stava poco dietro di lui. Clacson. Un latrato infinito di clacson. Dolce musica per le mie orecchie.

Forse per l’eccessiva concentrazione nelle operazioni telefoniche o forse per la sorpresa nel sentire quel richiamo inaspettato, il ciclosmartista si riprende dal suo torpore telefonico e, per recuperare il controllo del suo mezzo, riporta la sua mano sinistra sul manubrio, lasciando che il telefono si adagi dolcemente sull’asfalto, per poi essere adeguatamente distrutto da un’altra auto che sopraggiungeva.

In quanto estimatore di Esopo, sono riuscito a trovare un insegnamento in questa futile storia di quotidiana imbecillità: se incontri nel traffico uno su due ruote immerso nel suo smartphone (ergo, nei cazzi suoi), non stare a dannarti l’anima su come farlo ragionare con futili parole.

Suona il clacson.

Minimo sforzo, massimo risultato.

 

Sonny Delvecchio, luglio 2016  © Mozzafiato

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