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Il sole tornerà a splendere

Improvvisamente si svegliò. La luce filtrava attraverso la finestra e un raggio di sole arrivava a colpire direttamente i suoi occhi. Era da tanto tempo che non vedeva la luce del sole. Era quasi mezzogiorno. La stanza era in disordine e l’aria era pregna dell’odore acre dei vestiti che giacevano sul pavimento. Si alzò e andò verso la cucina con passo svogliato. La casa era terribilmente vuota da quando lei se ne era andata e le mancava più  di ogni altra cosa. C’era stato un tempo in cui erano felici  e ogni minuto  assieme era pura magia, ma ora tutto era svanito. Recuperò un pacchetto di sigarette e se ne accese una, era l’unica cosa che gli dava ancora un certo piacere. Non c’era nulla che volesse davvero fare. Aprì il frigorifero e anch’esso era vuoto, come tutto il resto. All’interno restavano solo delle fette di formaggio e una lattina di birra già aperta. Prese quest’ultima e ne bevve un sorso. Nella casa regnava il silenzio e l’unico rumore che si sentiva era il ticchettio delle lancette dell’orologio appeso in anticamera. Un rumore estremamente fastidioso per lui, che fece un gesto di stizza quando lo notò. Difatti nella sua vita c’erano stati momenti in cui il tempo era passato molto in fretta e momenti in cui il tempo sembrava non passasse mai. Avrebbe sempre voluto che fosse il contrario. Per un istante pensò alla sua vita, aveva fatto qualcosa di buono e qualcosa di sbagliato, tra cui parecchi errori, di certo niente era andato come previsto.

Tutto d’un tratto si sentì intrappolato in una gabbia, doveva uscire all’istante da quelle quattro mura. Prese i primi vestiti che trovò nell’armadio, una camicia hawaiana e un paio di pantaloni beige, entrambi erano un po’ sgualciti e c’era polvere su di essi, di sicuro avevano visto dei tempi migliori. Lasciò la casa sbattendo la porta dietro di sé. Fuori il cielo era terso e il sole era molto luminoso, ma non faceva al meglio il suo dovere, difatti era più freddo di quanto si aspettasse. Era una domenica d’estate e molta gente era fuori città. Si accese un’altra sigaretta e inspirò profondamente. Si sentiva rinato e gli sembrava di respirare meglio mentre camminava lungo la strada leggermente in discesa. Guardandosi attorno non vide nulla di cambiato, la città era sempre la stessa. Arrivò davanti a un Cafè e mentre ci passò davanti notò un signore anziano seduto a un tavolino nel dehors che lo osservava e sorrideva. All’interno vide Tom  dietro al bancone della cassa ed era passato tanto tempo dall’ultima volta che l’aveva visto. C’era stato un periodo in cui lui trascorreva le sue serate con lei in quel posto, lei era meravigliosa, Tom era un loro buon amico e tutti insieme si divertivano. Ora quel periodo era parte del passato. Proseguì. Ogni cosa attorno era tranquilla e si poteva sentire il fruscio delle foglie degli alberi mosse dal vento. Camminando senza una vera meta la sua mente continuava a vagare ed il ricordo di lei persisteva. Chiudendo gli occhi poteva ancora sentire nelle narici il suo profumo, un misto di miele e fiori di primavera, che avrebbe riconosciuto in mezzo a mille altri. In quella giornata così particolare si sentiva stranamente calmo e sereno, come non si sentiva da tempo. Voleva stare il più possibile all’aria aperta e aveva come l’impressione che fossero passati anni dall’ultima volta che era uscito di casa. Il sole, il vento, le nuvole, quel senso di libertà e freschezza così inebrianti… se solo fosse sempre stato così in tutti i giorni della sua vita! Guardò davanti a sé e vide un altro uomo che conosceva: era suo fratello. Stava in piedi a circa 100 metri da lui e teneva a guinzaglio un Golden Retriver. Era da tanto tempo che non lo vedeva. Erano fratelli dai caratteri opposti e se fossero stati Abele e Caino, lui avrebbe dovuto essere Caino, perché suo fratello era di certo Abele. Lo odiava. A differenza della sua, la vita di suo fratello era organizzata dal giorno in cui era nato: nessuna esitazione, niente che fosse andato storto, neanche un vizio, né alcol né sigarette. Lo guardò. Aveva la camicia dentro i pantaloni, i capelli sistemati e stava parlando al telefono.

“Non abbiamo niente in comune” pensò.  “Come possiamo essere fratelli? Forse è perché non lo siamo”. Avrebbe voluto ignorarlo, ma c’era qualcosa che lo tratteneva dal fuggire. “Ciao…” disse suo fratello, che nel frattempo si era avvicinato e stava in piedi di fronte a lui. I due si guardarono fissi negli occhi per lunghi istanti, entrambi erano due mondi completamente differenti.

“… pensavo fossi in galera o addirittura morto” proseguì.

“Sono ancora vivo che a te piaccia o no… e tu? Guardati, sei sempre lo stesso”.

“Beh forse in apparenza… in realtà non siamo così differenti come credi.”

“Ehi, che succede??”

“La vita non è facile per nessuno e tanto meno per me… ho rotto con Jamie”.

“Cavolo mi dispiace… davvero.”

Poche parole ma intense. Alla fine si abbracciarono, ed era da anni che non avevano un contatto così vero. Quando si lasciarono, qualcosa sembrava  cambiato tra di loro. Se si fossero parlati prima e se avessero lasciato da parte certe incomprensioni, forse avrebbero potuto essere buoni fratelli. Le sorprese non erano ancora finite. Dopo quell’incontro e dopo ancora qualche passo, si sedette su una panchina e prese del tempo per rilassarsi. Ogni cosa di quella giornata sembrava surreale e l’ambiente attorno a sé gli sembrò quasi quello di un film. La sua ombra riflessa dal sole si stagliava enorme sul sentiero davanti a sé e guardandola pensò alla parte buona e a quella cattiva insita in ogni essere umano. “Troppe volte hai vinto te” disse riferendosi all’ombra. “Ma ora è il mio turno”. Poi il suo sguardo si sollevò verso il sole e chiudendo gli occhi sentì il calore sul suo viso. Dopo un tempo imprecisato, riaprì gli occhi  e alzandosi decise che era il momento di tornare verso casa. Riprese a camminare attraverso il parco, ma dopo poco dovette fermarsi nuovamente.

Davanti a sé c’era una donna che, ferma in piedi, sorrideva guardando verso di lui. Aveva i capelli raccolti e un ciuffo le cadeva dolcemente sul suo viso che sembrava fatto di ceramica. Aveva un vestito colorato che danzava a ritmo del vento e metteva in risalto tutta la sua femminilità. Seguendo la sua forma sinuosa e scendendo con lo sguardo, poté anche notare la forma dei suoi piedi quasi perfetti ed il piccolo tatuaggio sulla caviglia nuda . Ai suoi occhi era splendida. Entrambi in piedi, ad una distanza di circa 10 metri, si osservavano e non dicevano nulla. Il tempo sembrava essersi fermato e nessuno dei due sembrava volesse fare una prima mossa. Lui era come ipnotizzato e la osservava come se fosse un’opera d’arte, gli sembrava una proiezione della bellezza e della felicità. Alla fine colmò quei pochi passi che li separavano e la distanza che sembrava insormontabile svanì.

“Ti stavo aspettando” disse lei quando furono l’uno di fronte all’altra. Avrebbe voluto farle migliaia di domande, tipo: “Dove sei stata per tutto questo tempo?” o “Come mai sei qui adesso?” oppure “Perché sei ancora più bella dell’ultima volta che ti ho vista?” ma non riusciva a parlare, come se tutto d’un tratto avesse perso la voce. Lei lo abbracciò amorevolmente e lui si sciolse tra sue braccia. In esse si sentì di nuovo bambino e le lacrime iniziarono copiose a scendere lungo il viso. “Non piangere” disse lei con la stessa voce protettiva di una madre verso il figlio. “Va tutto bene.” Lui con gli occhi gonfi di lacrime rialzò lo sguardo e con un filo di voce e qualche singhiozzo disse:  “Mi sento così solo senza di te”.

“Lo so, lo so. Anche se non c’ero ti ho seguito lungo tutto questo tempo e stavo male a vederti così, ma non potevo fare nulla. Sappi però che io sono sempre con te e ora sono qui perché ti voglio dare il coraggio per superare questa situazione e la forza di ritornare a splendere come un tempo.”

“Non ci riesco davvero, non ci riesco… cosa dovrei fare? Cancellare tutto come se nulla fosse accaduto? Magari trovare un’altra donna e sposarla? Non potrei mai… mai!”.

“Non devi dimenticare, il passato è uno specchio per il futuro. Tu sei forte, puoi superare questa situazione, tornare ad essere quello che eri e lasciarti alle spalle ciò che sei diventato.”

“Ma io quello che ho fatto l’ho fatto per te… per vendicarti!”

“Non c’era nulla da vendicare, le cose sono andate così… era il mio destino.”

“No! non è vero! Tu non dovevi… non  dovevi…”

Tutto d’un tratto nella sua mente si accese una lampadina.

Ad alta voce pensò: “Tutto questo non è reale! Tu non puoi essere qui! Io non posso essere qui! Cos’è un sogno? Un’allucinazione?? Sei solo un frutto della mia mente o sei vera?… dimmelo! ti prego!”

Riguardandola, la sua figura sembrava essersi offuscata. Non erano più stretti in un abbraccio, lei si stava allontanando, e con le braccia protese verso di lui e la voce che era diventata fioca, disse  per un’altra volta: “Non piangere” ed aggiunse.  “Lo puoi fare… ed io ti continuerò per sempre ad amare.”

“Ti amo!” urlò lui, ed era un grido quasi di rabbia. La donna sparì poco dopo e le sue ultime parole perse nel vento furono: “… il sole tornerà a splendere.”

 “Ti amo!! Non andare. Non andare!” urlò lui, ormai invano. Non aveva ancora realizzato davvero cosa fosse successo, ma non voleva in nessun modo che quel momento finisse. Cercò di afferrare la sua immagine ancora impressa nell’aria, ma non colse nulla. Cadde in ginocchio e fra le sue dita restò solo della terra arida. Si guardò attorno e si accorse della presenza di un lago che non aveva mai visto. Era di un incredibile azzurro e senza pensarci due volte si tuffò . Le sue lacrime si mischiarono all’acqua e i vestiti iniziarono a farsi pesanti. Il lago era molto più profondo di quanto si immaginasse e lui nuotava verso il basso. Stava trattenendo il respiro già da diversi secondi e dopo un poco iniziò a vedere tutto offuscato. Sentì che stava per svenire e allora pensò che se fosse dovuto morire, sarebbe morto felice con ancora il ricordo di lei nella sua mente. Bastava solo trattenere il respiro, ancora poco… giusto dieci  secondi…

9

8

7

6

5

4

3…

Uuuuuuh… un lungo respiro. Aprì gli occhi. Era ancora vivo. Gli ci volle un po’ di tempo per capire. Tutto attorno a lui pareti bianche. Era in una prigione.

Beeeep!! Con uno scatto si aprì la porta della cella e di fronte a lui apparvero due secondini e un uomo con un completo scuro e occhiali: “Buongiorno come va?” disse quest’ultimo, mentre i secondini lo alzarono di peso e gli misero le manette. Assieme lasciarono la cella e si diressero lungo il corridoio. “Stai lasciando la prigione, non sei contento?” disse di nuovo l’uomo mettendogli una mano sulla spalla con fare molto confidenziale. In una stanza gli furono restituiti i vestiti. Erano un paio di pantaloni beige un po’ sgualciti e una camicia hawaiana scolorita. Gli tolsero le manette, sotto la supervisione dei due poliziotti. Si rivestì e quando ebbe finito gli furono riconsegnati anche il portafogli quasi vuoto, un mazzo di chiavi e un pacchetto di sigarette. Dopo aver firmato dei fogli, fu accompagnato alla porta principale del carcere e fu congedato.

 Uscì all’aria aperta e inspirò profondamente. Era libero! In strada sostava una berlina scura e quando la vide la porta del passeggero si aprì: “Dai salta su, ti dò un passaggio!” disse l’uomo che precedentemente l’aveva accompagnato con i secondini fuori dalla galera. Dopo un attimo di esitazione salì e l’auto si avviò lungo la strada. Nel portaoggetti trovò un bigliettino da visita con scritto: Rey A Warren – Avvocato penalista. E’ il mio avvocato, pensò.

“Abbiamo fatto un bel lavoro” disse l’uomo. “Lo so, dieci anni saranno stati davvero lunghi da far passare, però abbiamo quasi dimezzato la richiesta dell’accusa e grazie alla tua buona condotta sono riuscito a ottenere un ulteriore sconto.”

“Un buon lavoro? Lo sai??” disse tra sé e sé. “Tu non sai un cazzo. Dieci fottutissimi anni in quel marciume. 3,477 giorni, 83,448 ore, 5,006,880 minuti. E’ solo grazie al pensiero di lei che sono sopravvissuto.”

L’auto si fermò davanti ad una palazzina di tre piani. “Eccoci qua! Bentornato a casa!” si tolse la cintura e uscì dall’auto. “Hey” disse l’avvocato. “Tutto ok? Chiamami quando vuoi se hai bisogno di qualcosa e divertiti questa sera!” Sembrava quasi si aspettasse un invito da parte del suo assistito, ma lui annuì, si girò e si avviò verso il portone d’ingresso.

Entrato in casa tutto era buio, c’era parecchia polvere nell’aria e un forte odore di chiuso. Alzò la tapparella e si sedette al tavolo in cucina sul quale c’era un giornale datato 21 giugno 2003 aperto sulla pagina della cronaca nera. C’era scritto in un articolo: Donna brutalmente uccisa per strada -Helen D., Una donna di soli 27 anni, è stata trovata morta questa notte, probabilmente rimasta uccisa durante un tentativo di rapina-. A fianco al giornale c’era la foto di un uomo, che era stata cerchiata con il pennarello rosso. La prese in mano e la girò. Dietro, scritto in penna, c’era un nome maschile Jay Riley e un indirizzo. “Tu, fottuto bastardo!” pensò, e poi stracciò la foto con rabbia. Prese una sigaretta dal pacchetto che gli era stato restituito poco tempo prima, trovò un accendino e inspirò una boccata con rabbia. Fece qualche altro tiro e poi decise di uscire di casa, perché sentì un senso di oppressione.

Si incamminò lungo la strada. Era un giorno di metà agosto e c’era poca gente in città. Il sole batteva, ma il vento che si era alzato faceva prevedere che il tempo sarebbe cambiato. Passò a fianco a un Cafè, quello dove lavorava Tom, ma il locale era chiuso. Tom aveva smesso di lavorare lì già da tempo e sulla parete c’era affissa l’insegna Vendesi. Proseguendo, arrivò a un’area verde. Era il parco del quartiere, uno spazio mal frequentato e poco curato. A lato vi era l’ingresso del cimitero. Vi entrò, e dopo pochi passi sulla ghiaia, si fermò davanti ad una tomba:

 

Helen Dyer

Marzo 1976 – Giugno 2003

“Che tu possa riposare in pace assieme agli angeli”

I fiori sulla tomba erano secchi. Un raggio di sole fece capolino tra le nuvole passeggere ed illuminò la tomba. “Il mio amore per te non è appassito” iniziò parlando ad alta voce. “Ma hai ragione, devo andare avanti poiché è giunto il tempo di ricominciare. Ci ho pensato tante volte e no, non ho rimpianti per aver ucciso quel bastardo che ti ha fatto del male. Ho scontato il mio peccato per dieci lunghi anni, ma ho sofferto troppo e quello che ho fatto non mi ha aiutato a dimenticare ciò che è successo. Grazie Helen! Non ci sarà mai più nessuna come te, ma ora è tempo di dirci addio. Devo proseguire per la mia strada. Ci rivedremo, sono sicuro”. Prese i fiori dalla tomba e si girò. Il suo tempo era arrivato. Aveva molte cose ancora da fare.

 

Edoardo Colzani, maggio 2016 – © Mozzafiato (Riproduzione riservata)

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