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1° Maggio: siamo uomini o caporali?

« L’umanità, io l’ho divisa in due categorie di persone: Uomini e caporali.
La categoria degli uomini è la maggioranza, quella dei caporali, per fortuna, è la minoranza.
Gli uomini sono quegli esseri costretti a lavorare per tutta la vita, come bestie, senza vedere mai un raggio di sole, senza mai la minima soddisfazione, sempre nell’ombra grigia di un’esistenza grama.
I caporali sono appunto coloro che sfruttano, che tiranneggiano, che maltrattano, che umiliano. Questi esseri invasati dalla loro bramosia di guadagno li troviamo sempre a galla, sempre al posto di comando, spesso senza averne l’autorità, l’abilità o l’intelligenza ma con la sola bravura delle loro facce toste, della loro prepotenza, pronti a vessare il povero uomo qualunque.
Dunque dottore ha capito? Caporale si nasce, non si diventa! A qualunque ceto essi appartengano, di qualunque nazione essi siano, ci faccia caso, hanno tutti la stessa faccia, le stesse espressioni, gli stessi modi. Pensano tutti alla stessa maniera! »
(Totò Esposito)

 

Sono passati 130 anni dall’evento per cui il primo maggio viene ricordato e festeggiato da tutti noi come la festa dei lavoratori. Esatto, non è solo il giorno del concerto a Roma o l’opportunità di andare a fare una gitarella fuori porta. E’ una questione seria. Perché il primo maggio del 1886 a Chicago manifestanti in sciopero per richiedere migliori condizioni lavorative vennero uccisi con colpi di pistola dai poliziotti accorsi per disperderli ed un attentato di matrice anarchica di pochi giorni dopo portò  all’esecuzione capitale di diversi lavoratori ingiustamente accusati.

C’è gente che si è spezzata la schiena e migliaia di persone morte sul proprio posto di lavoro. C’è chi ha alzato la voce per ottenere diritti lavorativi, perché come è noto “il lavoro nobilita l’uomo”. C’è chi ha lottato e c’è chi di giorno in giorno, subdolamente cerca di trovare escamotage per raggirare quelle  leggi che salvaguardano i lavoratori ed i propri diritti. Lavoro nero, non rispetto delle basilari misure di sicurezza nei cantieri, sfruttamento degli immigrati, vari tipi di mafie ed omertà.

In questa giornata, oltre a goderci una domenica di metà primavera, un pensiero dedichiamolo all’importanza di questa festa.

Edoardo Colzani, maggio 2016  – © Mozzafiato

Giovani e Pensioni: Quando il Lutto si Veste d’Arancio

A festeggiare la festa del lavoratore del 1 maggio saranno quei pochi “prescelti” che un lavoro, al giorno d’oggi, ancora ce l’hanno. Per loro, dal 26 aprile 2016 cominceranno ad arrivare le famose 150 mila “buste arancioni”: una sorta di previsione sul proprio futuro, inviate dall’Inps per informare i lavoratori su quanto potranno contare per “sopravvivere” negli ultimi anni della loro esistenza.busta-arancione-inps-770x518

 Si stima che i giovani andranno in pensione oltre i 75 anni d’età. Un numero sconfortante, irraggiungibile, che fa sorgere spontanea la domanda: «che senso ha allora pagare i contributi per una pensione che, forse, non vedremo mai?».

Questo è ciò che spetta, dunque, in futuro, ai figli dell’Italia: un’intera vita passata su un posto di lavoro che non hanno avuto la possibilità di scegliere, ma al quale si sono dovuti aggrappare con forza, ritenendosi già “fortunati” di averlo, loro, un lavoro.

 Per poi ritrovarsi, sulla soglia degli 80 anni, a godersi una vita rubata (da un lavoro non appagante, nella maggior parte dei casi) e cominciare solo allora a vivere quella famiglia che, forse, hanno avuto la possibilità di costruirsi.

Marianne Perez Lopez, maggio 2016  – © Mozzafiato

 

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