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La leggenda del tulipano volante

Se n’è andata una leggenda della mia giovinezza, quel fantastico olandese volante che, tra la fine degli anni Sessanta e per tutto il decennio successivo, con l’anomalo (per allora) numero 14 sulla maglia aveva stupito e rivoluzionato il mondo del calcio, regalando a piene mani squisitezze tecniche degne solo di palati sopraffini.Cry

Etichettato dall’immaginifico Sandro Ciotti come il “profeta del gol”, Johan Cruyff era piombato come un devastante meteorite sul calcio europeo che, chiusi i cicli del calcio latino (Real, Benfica, Inter), stava cedendo terreno ai nerboruti britannici, lanciati nella scia dei trionfi di Celtic e Manchester United in Coppa Campioni. Il suo esordio sulla scena internazionale era stato segnato da una goleada rifilata dall’allora sconosciuto Ajax proprio a quel Liverpool che solo pochi mesi prima aveva quasi sbarrato la strada al secondo successo continentale dell’Inter di Herrera.

Un controllo di palla impeccabile con tocco da giocoliere, uno scatto breve fulmineo che lasciava gli avversari sul posto come paracarri, un dribbling secco e micidiale che stordiva i difensori (sua l’invenzione della famosa “giravolta” di tacco che faceva spesso acculare chi l’affrontava) e la capacità di segnare gol quasi impossibili in precaria acrobazia. Queste le brillanti credenziali del nuovo asso. Oltre all’enorme talento, madre natura gli aveva regalato un’intelligenza calcistica sopraffina e una fantasia che gli permettevano di intuire e finalizzare giocate geniali con notevole anticipo.

Dopo qualche anno di apprendistato obbligatorio, pagando lo scotto di alcune delusioni, i lancieri di Amsterdam erano arrivati a conquistare i vertici del calcio europeo e i trionfi personali di Cruyff avevano seguito un percorso parallelo a quello del suo club (3 successi consecutivi in Coppa Campioni) e della nazionale olandese. Qualcuno certamente ricorda il solido pragmatismo della Germania padrona di casa e usurpatrice a colpi di fischietto del titolo mondiale 1974 (vent’anni dopo un altro scippo storico, di natura “chimica”, ai danni della grande Ungheria di Puskas). Ma nessuno può dimenticare lo spettacolo offerto per tutto il torneo dalle maglie arancioni degli olandesi, che sembravano moltiplicarsi in campo seguendo la bacchetta magica di un direttore d’orchestra che recitava anche da tenore.

CrCosì come l’Ajax (che ne costituiva l’impalcatura), la nazionale dei tulipani sembrava una pattuglia di alieni scesi sul pianeta calcio per mostrare nuove mirabilie. Un’accozzaglia di giovanotti capelluti e barbuti simile a una rock band imperversava sul campo come un tornado, sconvolgendo gli schemi di qualsiasi avversario senza dargli alcun punto di riferimento.

Lungo la strada verso la finale dei mondiali tedeschi la micidiale Arancia Meccanica aveva spazzato via l’eccellenza del calcio internazionale. I celebrati e compassati campioni di Argentina e Brasile avevano fatto la figura delle mummie, scaraventate nel vortice del tourbillon scatenato dagli indiavolati tulipani. A distanza di quasi mezzo secolo l’esito amaro e ingiusto dell’episodio conclusivo di quel torneo non è riuscito a scalfire minimamente l’immagine scintillante lasciata da quella squadra meravigliosa negli occhi dei buongustai del calcio.

Meglio lasciare ad altri il puro esercizio statistico di enumerare l’ampia messe di titoli conquistati dall’immenso Johan nella sua straordinaria carriera di giocatore e allenatore in Olanda e Spagna. Vale invece la pena di sottolineare che da decenni era stato accolto senza esitazioni nell’Olimpo calcistico accanto ad assi leggendari come Puskas, Di Stefano, Pelè e Maradona. Se si pensa alla lunga lista di presunti “fenomeni” usa-e-getta del calcio attuale, inventati frettolosamente da media malati di sensazionalismo e destinati spesso a durare solo qualche mese, ogni confronto appare improponibile e l’astro del “profeta del gol” appare ancora più sfavillante e impossibile da spegnere.

Gino Delvecchio, marzo 2016 – © Mozzafiato

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