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“ Il prestito” di Jordi Galceràn

Antonio De Paolis (Gianluca Ramazzotti) è seduto di fronte al direttore di banca (Antonio Catania). Gli sta chiedendo un prestito, indotto – afferma Antonio – dalla presente congiuntura. Beninteso, lungi dal voler analizzare i grandi temi politico-economici che hanno portato al momento di crisi. Son questioni, quelle, che fluttuano nella stratosfera, troppo lontane dal livello umano dove stanno le persone comuni. Dove siamo noi.

La situazione di partenza è quanto mai attuale, quindi. Odierna, potremmo dire. Il cittadino medio che chiede aiuto finanziario ad uno stereotipato direttore di banca.00catania

Intanto, la scenografia mobile (i due attori per lo più agiscono su una piattaforma rotante) con modalità quasi cinematografica, ci fa ogni tanto cambiare inquadratura, come avvertendoci sin d’ora che le cose possono cambiare prospettiva.

Lo scambio di battute, inoltre, è subito vivace, divertente e, forse per questo, non ci accorgiamo che il dialogo sta pian piano prendendo toni inusuali per il contesto rappresentato.

Antonio, di fronte al rifiuto della banca, non si dà per vinto e fa una cosa bizzarra e ingenua: pretende di trattare col direttore, affidandosi alla solidarietà e all’umana empatia che questi di certo deve possedere!

In sala ormai l’ilarità ha preso il sopravvento e non ci si sofferma troppo sulla triste questione sollevata. Le nostre azioni, le nostre decisioni hanno un valore chiaro e sono quindi trattabili, solo quando son traducibili in euro.

La banca, con esatto linguaggio da procedura standard, definisce il cliente non solvibile. In pratica, la traduzione in euro di Antonio non è allettante. La sua parola, poi, ha una quotazione sul mercato pari a zero. E la capacità del direttore di valutare le persone che ha di fronte è così svalutata che neanche lui vi fa più affidamento da tempo.

  • “Ma lei, direttore, non ha intuito?”
  • “Io… non posseggo queste cose che dice lei e… né le voglio avere.”

Insomma, questo generalizzato svilimento delle forme di comunicazione più istintive dell’essere umano coinvolgono tutti: Antonio, noi, ma anche lo stesso direttore. Delicatamente, anzi, veniamo portati, tra uno scroscio di risate e l’altro, dalla parte del personaggio di Catania.

Ad un certo punto, infatti, Antonio cambia tattica. Se non può confidare nella sensibilità dell’interlocutore, può tentare di far leva sulle sue debolezze. Gli annuncia che tenterà di sedurre sua moglie, se non gli verrà concesso il prestito. Non si tratta di una minaccia, sia chiaro. Quella di Antonio è una “pressione” (adesso è lui ad essere rigoroso nel linguaggio) poiché le sue azioni non comporteranno l’uso di violenza fisica o psicologica né sulla signora né su altre persone.

In definitiva, la situazione è passata gradualmente da ordinaria a insolita ad assurda. Il cliente, nel frattempo, da vittima è diventato ingenuo e infine farsescamente diabolico, col direttore di banca che ha compiuto una sorta di percorso inverso. E noi del pubblico ci siamo spostati da un personaggio all’altro, trascorrendo (circa) 90 minuti spassosi, che successivamente ricorderemo in parte sorridendo e in parte riflettendo.

 

Vincenzo Laudando, aprile 2015 – Mozzafiato Copyright

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