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RISCOPRENDO JACK LONDON‏

La maestria di Marco Paolini è cosa arcinota, specie a coloro che vivono di teatro, ma anche a chi il teatro un po’ lo snobba.

Passando da “I racconti del Vajont” fino ad arrivare a “ITIS Galileo”, Paolini ha sempre dato una chiara impronta al suo teatro, e a ciò che il suo teatro poteva/doveva trasmettere allo spettatore.

Fa eccezione“La Ballata di Uomini e Cani”(2010) che in questo febbraio milanese è giunta sotto i riflettori del Piccolo Teatro. Paolini sceglie di raccontare Jack London per come lo ha vissuto e per ciò che gli ha lasciato nel profondo, sedimentatosi e infine riportato a galla. E infine sul palcoscenico.

Impresa non facile, tanto più se si vuole fornire una propria versione di questo autore dalla vita breve ma infarcita di leggende, i cui libri sono relegati suo malgrado nella sezione “letteratura per ragazzi”.

Paolini veste i panni di London per raccontare quella Febbre dell’Oro (di chapliniana memoria) che colpì migliaia di persone a fine ‘800, che spinse centinaia di uomini a mettersi in viaggio, a lasciar tutto, nella speranza di trovare fra le impervie nevi del Klondike ciò che li avrebbe resi ricchi e avrebbe forse cambiato per sempre la loro esistenza: l’oro.

Quella febbre ebbe come effetto collaterale il risaldare il legame millenario tra due figure: l’uomo e il cane, due compagni di viaggio sin dall’alba dei tempi.

Il rapporto fra questa strana coppia ha toccato le corde della fantasia di altri celebri scrittori, fra cui Clifford Simak con il suo straordinario romanzo “City” (o “Anni Senza Fine”), nel quale narrava del rapporto fra uomini e cani proiettati in un futuro fantascientifico.

Il richiamo della forestaMa il primo che sentì il bisogno di spandere inchiostro su fogli bianchi per raccontare di questo legame ancestrale fu certamente Jack London, che nella corsa all’oro del 1897 ebbe modo di vivere in prima persona quel rapporto atavico che fece poi da colonna portante nei suoi romanzi “Zanna Bianca” e “Il Richiamo della Foresta”.

Paolini sceglie allo stesso modo di legarsi a questo tema per narrare tre storie, ben distinte fra loro, e Jack London a far da filo conduttore.

Il primo racconto s’intitola “Macchia”, ossia il nome di un cane da slitta che tutto poteva fare, tranne trainare la slitta. La narrazione di Paolini, costruita con un sapiente gusto comico, vede l’attore nei panni del padrone di Macchia, un avventuriero in cerca d’oro, raccontando tutte le peripezie passate a causa di questo cane e di tutti i rocamboleschi tentativi di sbarazzarsi di lui.

Il secondo episodio porta il titolo di “Bastardo”, una storia di odio viscerale fra il cane e il suo padrone, un cercatore d’oro francese. La storia racconta lo sbocciare e l’evoluzione di un odio a prima vista, sfociato poi in sadiche lotte fra l’uomo, smanioso di dimostrare la sua superiorità sull’animale, e il cane, il cui unico desiderio divenne quello di vestire i panni della Nera Signora che avrebbe dato la morte al suo padrone.

La terza e ultima narrazione “Preparare un fuoco”, parla di un uomo e un cane senza nome. I due vengono colti da un freddo indescrivibile mentre imboccano una scorciatoia impervia e nefasta che li avrebbe ricondotti alla loro miniera. Dopo che il cane, mandato in avanscoperta, finisce nell’acqua ghiacciata, l’uomo di adopera per accendere un fuoco che eviti loro la morte per assideramento. Il primo tentativo va a buon fine e si rimettono in marcia. Dopo poco l’uomo finisce inavvertitamente con il piede in un altro ruscello e si trova obbligato a preparare un altro fuoco. Il tentativo sarà vano, e questo fallimento lo metterà alla mercé del funesto gelo, che lo abbraccerà sempre più, fino a prendersi il suo ultimo respiro.Paolini 3

Le musiche di Woody Guthrie, alternate a pezzi originari di Luca Monguzzi, accendono e modulano l’atmosfera sul palco, dando il ritmo alla narrazione di Paolini, che trasporta lo spettatore sulla sua slitta, trainata da note e parole, facendo arrampicare i racconti fra gli accordi di chitarra, fisarmonica e clarinetto di tre attori musicisti.

La grande capacità (e il merito) di Paolini è quella di spingere lo spettatore ad usufruire non solo della visione personale dell’autore, ma quasi di una riflessione più ampia sull’esistenza umana intesa come infinita ricerca, sia che si tratti di oro per un avventuriero che di una terra promessa per un profugo.

E alla fine del viaggio la morale è solo una: forse era meglio nascere cani.

PICCOLO TEATRO STREHLER

Largo Greppi, 1

fino al 22 febbraio

 

Sonny Delvecchio, febbraio 2015 – Mozzafiato Copyright

 

Ufficio Stampa