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L’ultimo applauso al Maestro Rosi‏

Presto o tardi cala su tutti noi il sipario dell’esistenza, in seguito al quale spesso non sopraggiungono applausi, ma soltanto lacrime.

Ci sono casi però in cui gli applausi e le standing ovation sono un atto non soltanto dovuto, bensì spontaneo, da tributare a coloro che sono stati in grado di creare dal nulla qualcosa di nuovo.

Come nel caso di Francesco Rosi, padre fondatore del cinema d’inchiesta italiano, un genere che, a causa delle pressioni politiche e della scarsa “educazione cinematografica” del pubblico, non ha mai avuto né la possibilità di svilupparsi adeguatamente né il seguito che avrebbe meritato.

Rosi è stato regista di pellicole illustri, tra le quali spiccano titoli come “Salvatore Giuliano” (1962), il bandito che organizzò la strage di Portella della Ginestra il 1° maggio ’47, le cui dinamiche e le cui responsabilità restano tuttora avvolte in una tela riposta nell’armadio dei misteri della Prima Repubblica.

le-mani-sulla-città-rod-steigerSe n’è andato il regista che vinse il Leone d’Oro a Venezia per “Le Mani sulla Città” (1963), la prima pellicola che mostrò agli italiani le dinamiche e gli effetti della speculazione edilizia, dove denaro, politica e cemento si amalgamano nella stessa betoniera e che, nonostante il passare degli anni, il cambio delle mani (sporche) e di valuta (dalla lira all’euro), porta sempre agli stessi intrallazzi dal sapore immutabile, fatto che permette a questa celebre perla di Rosi di risultare ancora perfettamente d’attualità. A cinquant’anni di distanza…

Con “Uomini Contro” (1970) ebbe inizio il decennio d’oro del regista napoletano, durante il quale regalò al grande pubblico “Il Caso Mattei” (1972), “Lucky Luciano” (1973), il magistrale “Cadaveri Eccellenti”, premiato nel ’76 con due David di Donatello, e “Cristo si è fermato a Eboli”.Trefratelli

Poi fu la volta del pluripremiato (e nominato all’Oscar) “Tre fratelli” (1981), forse il film di Rosi che tocca con più veemenza i nervi scoperti dell’Italia di inizio Anni ’80, raccontando la storia di tre fratelli di origine meridionale, ritrovatisi dopo molti anni nel paese natìo, in occasione dei funerali della madre. Grazie al soggetto di Platonov e alla sceneggiatura di Tonino Guerra e dello stesso Rosi, il regista diede vita a uno dei più toccanti confronti generazionali della storia del cinema italiano, scegliendo come sfondo quell’Italia mesta ancora segnata dal decennio di attentati, omicidi, sequestri e terrorismo politico, mischiati alle lotte sindacali e alla conseguente disillusione derivata dagli sterili risultati ottenuti.

La produzione di Rosi proseguì fino al ’97, anno in cui firmò “La tregua”, film che avrebbe dovuto girare nell’87 e accantonato per diec’anni, in seguito al suicidio dell’autore dell’omonimo romanzo: Primi Levi.

In seguito Rosi tornò a dedicarsi al teatro, il suo primo amore, portando sul palcoscenico “Napoli Milionaria”, “Le voci di dentro” e “Filumena Marturano”, tre opere di un altro grande maestro, anch’esso napoletano: Eduardo De Filippo.

Rosi 2Ci abbandona così un altro grande protagonista della nostra Storia, una scomparsa che non lascia eredi cinematografici, fatta eccezione per la poliedrica Sabina Guzzanti, che siano in grado di analizzare e vedere, ma soprattutto mostrare l’attualità e il marciume spalmato sulle mani della politica corrotta e del malcostume della nostra società. In un’Italia sempre più costellata da scandali, il cinema d’inchiesta dovrebbe immortalare sul grande schermo fatti salienti che dovremmo tenere sempre a mente

Si può solo sperare che giunga presto una nuova generazione, magari guidata da Sabina Guzzanti, che possa far tesoro degli insegnamenti di Rosi e ridar vita e vigore a questo filone, a cui non manca certo materiale per soggetti e sceneggiature d’attualità, che sappiano rieducare il pubblico ad un cinema di qualità.

Per non dimenticare… il maestro Francesco Rosi.

Grazie

Sonny Delvecchio, gennaio 2015 – Mozzafiato Copyright

Ufficio Stampa