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Lo sguardo dei Moai‏

A 3800 km dalle coste del Cile e a 4200 km da Tahiti, emerge in mezzo al Pacifico più remoto un lembo di terra. Si tratta di soli 160 chilometri quadrati di suolo di origine vulcanica, dimenticato da Hotu Matu’a, la divinità venerata degli antichi abitanti di quell’isola.

Grazie alla lontananza da qualsiasi riva continentale nel raggio di centinaia e centinaia di chilometri, l’isola rimase nell’oblio geografico fino al 1722, quando un ammiraglio olandese di nome Jakob Roggeveen si trovò a incrociare questa terra proprio la domenica di Pasqua di quell’anno. E quell’isola sperduta nel Pacifico, che i suoi abitanti chiamavano Rapa Nui (l’ombelico del mondo), divenne l’Isola di Pasqua.Admiral Jacob Roggeveen

Già dal nome autoctono dell’isola si poteva intuire gli effetti di quell’isolamento geografico aveva avuto sulla popolazione e sui suoi reggenti, che sostenevano di essere gli ultimi discendenti di un’antica popolazione, ultimi superstiti della razza umana in attesa che Hotu Matu’a, il Grande Genitore, li mandasse a prendere. Abbastanza comprensibile se per migliaia di anni un popolo vive lontano da qualsiasi altra forma di vita.

Gli studiosi sostengono che i primi colonizzatori dell’isola furono i polinesiani tra il IX e il X secolo d.C. – colonizzazione di cui comunque non esisto segni tangibili. Costoro trovarono quest’isola ricoperta di un’immensa foresta di palme che percorreva tutta l’isola. Il progressivo aumento della popolazione e l’improvvisa necessità di costruire enormi busti in pietra vulcanica, chiamati moai, possono essere considerate le cause principali del rapido disboscamento che ebbe inizio nel 1200, e che ebbe il suo picco nel 1400.

Allo sbarco Roggeveen, l’isola gli si presentò con una pelle ben diversa da quella che avevano accarezzato i polinesiani otto secoli prima: brulla e quasi totalmente depauperata di fauna e flora di alto busto.

Una spedizione francese del 1786, capitanata dal conte Jean François de La Pérouse, immortalò in un dipinto, intitolato “insulaires et monumens de l’ile de Paque”, il cartografo della spedizione e la popolazione indigena dai lineamenti vagamente indoeurope, raccolti attorno ai moai. Queste enormi statue, senza braccia né gambe, sovrastate da una testa allungata, con un’espressione impassibile e con gli occhi impenetrabili, scrutavano (e tuttora scrutano) l’isola dando le spalle al mare. L’esemplare più grande è alto 21,6 metri per un peso di 1,5 tonnellate ed è scavato nella roccia, mentre tra quelli eretti il più alto è di 9,8 metri per un peso di 80 tonnellate.

I quesiti che aleggiano attorno questi giganti pietrificati sono innumerevoli: come vennero spostati dall’unica cava di pietra alla North End e su tutta la costa meridionale? Qual era il significato di queste statue? Chi raffiguravano? Gli studiosi non hanno trovato segni che possano testimoniare l’esistenza di una tecnica di trasporto mediante tronchi e corde, anche se le supposizioni e la logica impongono che sia stato proprio quello il metodo utilizzato dagli indigeni, che scolpirono quei colossi in memoria dei capi tribù defunti e che l’erezione di tali statue permettesse ai vivi di entrare in contatto con l’aldilà. Ma sono soltanto supposizioni.

Perché queste mastodontiche sculture sono rivolte verso terra e non verso il mare? Perché sono stata scolpite con gli stessi lineamenti?

600full-rapa-nui-screenshotQual è il loro segreto?

La leggenda di maggior attrattiva, mista alla storiografia di Rapa Nui, è perfettamente rappresentata dalla pellicola del 1994 di Kevin Reynolds, intitolata proprio Rapa Nui.

Nel film si narra dell’isola e della popolazione autoctona divisa in due caste: Lunghi Orecchi e Corti Orecchi. La leggenda vuole che i Lunghi Orecchi, una volta conquistato il potere, soggiogarono i Corti Orecchi, costringendoli a lavorare per loro e a costruire e trasportare i Moai. In seguito a una rivolta dei Corti Orecchi, scoppiò una sorta di guerra civile che rischiò di annientare l’intera popolazione dell’isola. Anche Reynolds nel suo film sostiene la tesi che i moai siano tra la cause scatenanti che portarono la popolazione di Rapa Nui al declino.

La totale assenza di documenti scritti o di reperti archeologici utili al fine di svelare l’arcano, complica ulteriormente gli studi di quest’isola misteriosa. Le 26 tavolette ritrovate sull’isola, scritte in una lingua chiamata Rongorongo, lingua sviluppatasi solo sull’Isola di Pasqua, non hanno permesso né di conoscere qualcosa in più della storia dell’isola né tanto meno di poter comprendere molto di quella lingua autarchica chiamata Rongorongo.

L’arrivo degli europei non facilitò le cose, anzi: come era già accaduto all’America Latina nel XV e XVI secolo per mano di spagnoli e portoghesi, le spedizioni europee portano sull’isola malattie quali la sifilide e l’influenza, che causano una drastica decimazione degli isolani. Come se non bastasse tra il 1859 e il 1861 una parte della popolazione di Rapa Nui si vide perfino ridotta in schiavitù e deportata sulle coste del Perù.

Ciò che non riuscì a fare il disboscamento, la progressiva scomparsa della fauna locale e le guerre intestine, lo fece la colonizzazione.

Ora Rapa Nui è divenuta un meta turistica sempre più ambita dai turisti, forse per poter assaporare o soltanto respirare un’aria fuori dal mondo.

Ma orma l’isolamento dell’ombelico del mondo è solo un pallido ricordo, spiegazzato tra collegamenti internet, luce, gas e tutto il necessario che un turista possa desiderare.

545363E i moai osservano, inermi e impassibili, scrutando il loro popolo ormai perduto. Qualcuno sostiene che di notte, nel silenzio di quelle colline polverose, tra gli scogli presi a sberle dalla risacca del mare, a volte si senta un pianto flebile correre tra l’erba avvizzita dal sole e che finisce per infrangersi sulle scogliere.

Dicono siano i moai, che versano lacrime i memoria di quell’antica segregazione geografica che, nonostante tutto, li aveva protetti e preservati.

E in silenzio pregano. Pregano che Hotu Matu’a finalmente li mandi a prendere…

Ma, ad oggi, il Grande Genitore si fa ancora attendere. 

 

Sonny Delvecchio, settembre 2014 – Mozzafiato Copyright

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